Influenza stagionale

Ecco un bell’articolo del dott. Eugenio Serravalle*

Vi consiglio di leggerlo tutto, soprattutto prima di decidere se procedere con i vaccini antiinfluenzali….

Buona lettura

La discussione sulla vaccinazione contro l’influenzale stagionale (che conterrà, oltre all’ H3N2 A/Perth e B/Brisbane, il famoso A/H1N1) riprende dall’insuccesso della campagna vaccinale dello scorso anno contro l’influenza pandemica, rifiutata da pazienti e medici. e dai dubbi e le polemiche sulla sicurezza e l’efficacia della vaccinazione. In queste settimane abbiamo appreso che la Finlandia ha bloccato la somministrazione del vaccino H1N1 nel timore di una relazione tra il vaccino e l’aumento dei casi di narcolessia (il 300% negli ultimi sei mesi tra bambini e giovani).

Anche in Svezia l’Agenzia Nazionale per i farmaci, dopo aver ricevuto numerose segnalazioni di casi di narcolessia che si sospettano legati alle vaccinazioni, ha informato l’Agenzia Europea per la Medicina (EMA). Un Comitato di vigilanza indagherà sul possibile rapporto causale, dopo analoghe segnalazioni provenienti da altri paesi europei, quali Norvegia, Francia e Germania. La pandemia ha di sicuro mietuto una vittima: la credibilità della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha subito un serio contraccolpo, dopo la pubblicazione del Rapporto approvato dalla Commissione Salute dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Le accuse sono l’ aver scatenato un allarme eccessivo sotto le pressioni delle case farmaceutiche, inducendo i governi a far fronte a una pandemia niente affatto pericolosa con l’acquisto di dosi massicce di vaccini e di antivirali, e l’esistenza di conflitti di interesse dei membri della commissione di esperti sulla pandemia.

Eppure, in questi giorni, come i negozi fanno scorte di merci da vendere nel periodo di Natale, allo stesso modo, le farmacie, i distretti socio-sanitari iniziano ad immagazzinare i vaccini contro l’influenza stagionale. Insieme a questi, inevitabilmente, arriva la propaganda. E’ tutto così prevedibile: prima c’è l’annuncio che “tutti dovrebbero vaccinarsi”. Lo “scoop” successivo è la notizia di quanto “sia cattivo” il virus influenzale dell’anno. Si fornisce qualche numero sugli ammalati (quante persone a letto con l’influenza?) e qualche previsione catastrofica sulle vittime. Immancabilmente seguirà qualche comunicazione ufficiale da parte delle autorità sanitarie o delle varie associazioni di medici e specialisti per invitare tutti a vaccinarsi. La pubblicità commerciale, diretta o occulta si attenuerà solo quando le scorte dei vaccini inizieranno a diminuire. Ma finché i vaccini restano in magazzino, la propaganda rimarrà aggressiva, ed il marketing sempre più diffuso.

Ma fino a che punto il vaccino contro l’influenza, per il quale ad ogni autunno assistiamo a questa mobilitazione, mette al riparo dalla minaccia ricorrente di finire a letto con la febbre? La prima cosa da ricordare è che l’influenza è impossibile da distinguere da altre forme virali in base ai soli sintomi clinici. Si usa il termine di Influenza-Like Illness per definire le malattie simil-influenzali, di cui la vera influenza, quella verso la quale esiste il vaccino, rappresenta circa il 10% del totale, secondo alcuni studi addirittura solo il 6%. Questa confusione è un motivo di distorsione nella valutazione dell’impatto sociale, della morbilità e della letalità della influenza, che può essere diagnosticata con certezza solo attraverso esami di laboratorio. E’ su questo equivoco che si genera molto della propaganda: si trascura di ricordare che il vaccino può immunizzare unicamente dai virus contro cui è mirato, e che si presuppone circoleranno, ma non ha azione alcuna nei confronti della miriade di agenti infettivi (circa 500 tra tipi e sottotipi) responsabili delle sindromi influenzali che rappresentano la fetta più grande delle patologie dell’autunno e dell’inverno. Incoraggiando una falsa speranza (se ti vaccini, quest’inverno non ti ammalerai) l’industria riesce a gonfiare i consumi del farmaco.
Senza preoccuparsi di indagare sulle peculiarità di queste malattie: perché si diffondono in inverno? Forse perché questi virus sono più attivi con le temperature rigide e muoiono con l’esposizione al sole? O perché in inverno le possibilità di contagio sono maggiori, dal momento che si vive di più in ambienti chiusi? O perché in queste stagioni c’è una minore esposizione alla luce solare ed una ridotta sintesi di vitamina D?

Altro aspetto critico è la scelta dei tipi di virus contenuti nel vaccino. Il virus influenzale presenta grande variabilità antigenica ed è soggetto a continue mutazioni. Ogni anno appare una versione differente da quella precedente. Per questo ogni anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ed i Centers for Disease control and prevention americani effettuano delle previsioni sui tipi influenzali che circoleranno e decidono quali ceppi inserire nella vaccinazione contro l’influenza stagionale. Solo se c’è corrispondenza esatta tra virus circolante e virus contenuto nel vaccino ci può essere azione, altrimenti l’effetto sarà nullo. Quando si scelgono determinati ceppi si formula una previsione, una scommessa, che non sempre risulta vincente: basta una mutazione imprevista ed il vaccino è fuori gioco. Al di là della propaganda dei produttori, gli studi finora condotti sono stati raccolti in 7 revisioni sistematiche che sintetizzano le prove disponibili per quantità e qualità metodologica.

Le prove scientifiche dimostrano che: – i vaccini nei bambini al di sotto dei 2 anni sono efficaci come il placebo, cioè niente; – non vi sono prove che i vaccini riducano la mortalità né tra i bambini e che tra gli adulti; – l’assenza dal lavoro degli adulti occupati è ridotta di circa due ore solamente; – non vi è correlazione fra incidenza dell’influenza e riduzione della mortalità e copertura vaccinale negli anziani istituzionalizzati. E’ dimostrano che durante due epidemie (1968 e 1997) il vaccino in uso conteneva un virus differente da quello che circolò realmente, e pertanto inefficace verso l’influenza stagionale. Eppure in quegli anni la mortalità attribuita all’influenza non aumentò. Nel 2004 la produzione di vaccini in USA fu insufficiente, ed il tasso di copertura fu soltanto del 40%, ma anche in quello il dato della mortalità non aumentò. Il tasso di mortalità tra gli anziani nella stagione invernale non è cambiato dal 1989, quando solo il 15% degli statunitensi e canadesi over 65 anni veniva vaccinato, ai giorni d’oggi che vede in questa fetta di popolazione una copertura superiore al 65%. Questi sono i dati reali, che smentiscono il dogma dell’efficacia dei vaccini antinfluenzali, un paradigma a cui prestar fede senza alcuna possibilità di critica. In realtà le prove di efficacia di cui si dispone sono deboli e le aspettative dei benefici non sono realistiche. La storia della medicina è ricca di trattamenti entrati nella pratica e nella dottrina pur privi di certezze di sicurezza ed efficacia. Il vaccino antinfluenzale è un esempio emblematico della comunicazione imperfetta tra ricerca scientifica e pratica medica. La campagna vaccinale non si basa su evidenze scientifiche, ma sull’intreccio tra l’industria che produce i vaccini, ed istituzioni che adottano scelte e comportamenti spesso all’ombra di conflitti di interesse.

*Dottor Eugenio Serravalle, specializzato in Pediatria Preventiva, Puericultura e Patologia neonatale all’Università degli studi di Pavia.
Autore dei seguenti libri: “Vaccinare contro il tetano?”, “Vaccinare contro il Papilloma virus?”, “Bambini super-vaccinati”, “Tutto quello che serve occorre sapere prima di vaccinare il proprio bambino”.

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 NOTE:     COS’E’ LA NARCOLESSIA  (fonte: Associazione italiana narcolettici e ipersonnici)

La Narcolessia è una malattia neurologica (non psichiatrica) caratterizzata da Eccessiva Sonnolenza Diurna (EDS – Excessive daytime sleepiness).

 Questa patologia è riconoscibile da 4 sintomi cardinali:

  • Eccessiva sonnolenza diurna – Mediamente ogni 2 ore il narcolettico prova un’irresistibile impulso all’addormentamento non procrastinabile.
  • Cataplessia – In presenza di emozioni, riso, imbarazzo, collera, il Narcolettico perde le forze a volte fino alla caduta a terra.
  • Allucinazioni Ipnagogiche – Il Narcolettico sogna ad occhi aperti, sono sogni che spesso interagiscono con la realtà.
  • Paralisi del sonno – in prossimità della fase di addormentamento o subito dopo il risveglio, il corpo è completamente paralizzato pur essendo il Narcolettico perfettamente cosciente. 
I Risvolti Sociali:

La Narcolessia è una malattia neurologica estremamente bizzarra la cui sintomatologia è, per chi non la conosce, poco comprensibile.

Dall’insorgenza dei primi sintomi, a causa dei ben noti ritardi della diagnosi, può trascorrere un periodo più o meno lungo durante il quale il narcolettico incontra scarsa comprensione negli ambienti nei quali vive: la famiglia, la scuola, il lavoro. Spesso vive una condizione di emarginazione.

 
Nella Scuola:
L’ambiente scolastico è uno di quei contesti dove il narcolettico incontra le prime gravi difficoltà e dove è messo a dura prova.I problemi di attenzione determinati dalla sonnolenza rendono difficoltoso assistere alle lezioni. Il ragazzo appare svogliato agli occhi degli insegnanti, preso per rimbambito dai compagni, spesso viene deriso. Alcuni ragazzi raccontano di essere stati bersaglio dei compagni a causa delle cataplessie che venivano loro provocate suscitando il riso o altre emozioni. Se il ragazzo narcolettico non è stato ancora diagnosticato e quindi non è cosciente della propria condizione tende ad autoemarginarsi e a deprimersi.  Succede a volte che l’insegnante, non sapendo di trovarsi di fronte ad un narcolettico, telefoni a casa dei genitori ipotizzando l’uso di stupefacenti da parte del loro figlio.

Sul Lavoro:

Il narcolettico può incontrare molte difficoltà sul lavoro. I rapporti coi colleghi, con i superiori, risentono spesso di questa patologia. E’ importante per il narcolettico non rinchiudersi in sè stesso e palesare il proprio stato, per coordinarsi nel lavoro ed adattare le proprie esigenze fisiologìche, imposte dalla malattia, ai compiti che svolge. Attenzione però che comunicare il proprio stato purtroppo non è detto che corrisponda alla solidarietà da parte dell’ambiente nel quale si opera. Si sono verificati molti casi di mobbing nei quali il narcolettico è stato squalificato dal punto di vista lavorativo e talvolta anche personale, fino a rendergli insostenibile la vita. Quindi, anche se si possiedono tutti i certificati e le prove che testimoniano di essere affetti da Narcolessia, è consigliata una certa prudenza e la valutazione delle situazioni caso per caso, magari parlandone in precedenza con qualche esperto di medicina del lavoro che conosca l’argomento. Ricordati che l’esperienza di altri soci dell’AIN, e la collaborazione di esperti che  hanno affiancato l’associazione in questi anni ti possono aiutare e consigliare.

La Narcolessia rimane una patologia a rischio di incidenti

Nella Coppia:
E’ quasi  un denominatore comune fra i pazienti di patologie che provocano Eccessiva Sonnolenza Diurna che vi siano reduci da separazioni, divorzi o con problemi di coppia. La sonnolenza, con quello che ne deriva da un punto di vista dell’attenzione e della vigilanza, rappresenta un forte limite relazionale. Il narcolettico inoltre, deve contrastare un sintomo peculiare e invalidante sotto l’aspetto relazionale/emotivo, la cataplessia.
La catapessia, lo ricordiamo, è la perdita di forze parziale o totale fino alla caduta in corrispondenza di emozioni, come riso, collera, imbarazzo, un sintomo che colpisce anche nelle situazioni di emozioni di affetto e coinvolgimenti passionali.
Il contenimento di queste emozioni è l’unica (faticosa) strategia che il narcolettico può mettere in atto per evitare una crisi cataplettica. L’apparente distanza, freddezza, non coinvolgimento, sono comportamenti di difesa che il narcolettico è costretto ad attivare proprio nei confronti delle persone che gli sono più care e che lo emozionano di più, come il partner e i figli, per non incorrere negli effetti della cataplessia.

“Mio papà non ride più!” si sente dire dai figli dei Narcolettici.

Anche le vita sessuale può essere fortemente condizionata, senza entrare nel dettaglio il Narcolettico spesso adotta adattamenti che gli permettono portare a termine i rapporti con la volontà di ricercare la massima soddisfazione del partner. Spesso però purtroppo questi adattamenti lo fanno sembrare poco coinvolto.

L’aspetto paradossale è che la ricerca del controllo delle emozioni che fa apparire distante il narcolettico agli altri e al partner, nasconde viceversa la sua determinazione, la sua fatica e la sua volontà di “ESSERCI”. Quella del narcolettico è quasi una sorta di iper-presenza per poter vivere la propria vita, i propri amori e le proprie emozioni il più possibile senza che queste lo mettano fuori gioco.

Articolo tratto da:  www.disinformazione.it

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